Da devo a voglio

Mi sono chiesta tante volte da dove derivasse il mio senso del dovere smisurato, o quello di una persona cara che più che aiutarla, l’azzoppava. Il senso del dovere che porta a considerare, piuttosto che a desiderare.

Desiderare, dal latino de sidus, significa prendere atto che la vita non sia predeterminata dal Destino. Mentre considerare, dal latino cum sidus, ci porta su una strada molto precisa, che non lascia spazio ai sogni. Considerare ci porta a perdere la passione. Paradossalmente a perdere la via, quel moto che ci permette di rimanere autentici a noi stessi. Chi l’avrebbe detto: seguire il destino e i nostri sogni sono due cose in antitesi.

Tutto bello, ma come è successo che un giorno ho, forse abbiamo quasi tutti, smesso di desiderare, di volere davvero colmare quel senso di vuoto che abbiamo dentro, soggiogati dal dovere? 

Una possibile risposta mi è arrivata ieri in treno, come un fulmine che ha illuminato un cielo nero senza preavviso. L’ovvio: a scuola. AH!! Leggevo un bellissimo “manuale-non-manuale” di Tina Venturi ed ecco la risposta a una domanda che non sapevo ancora di dover fare. A scuola abbiamo passato la maggior parte della nostra vita e che cosa abbiamo imparato? Regole. Conformismo. Senso del dovere. Risultati ottenuti solo seguendo in maniera pedissequa libri spesso inutili e mal scritti, ma che imparati a memoria, per i cinque minuti che servono, ci hanno regalato voti da Olimpo.

Ricordo ancora un paio di episodi risalenti alle scuole superiori.

Numero 1. Economia Aziendale: “Cerri, sei un insulto all’intelligenza!”. Avevo 13 anni e un 6 appena preso. Il resto della classe nc. Interrogazione a sorpresa. 6 bastava ed ero piuttosto soddisfatta. Ma il sistema aveva deciso che fossi un 10. 10 è come una A. Ma io non sono una A. Sono una r. Sono Roberta Cerri. Mi sembra evidente: ci sono ben quattro r. Nel pomeriggio di quello stesso giorno ho divorato il libro e il giorno dopo ho ottenuto un 10. “Cerri, vedi che avevo ragione?”. Gli altri, gli nc, non li ha nemmeno degnati di uno sguardo. Mi sono sentita un’Élite e non ho più smesso di essere la prima della Classe.

Primo errore. Essere la prima della classe non vuol dire essere felice e nemmeno più realizzata. Ma il sistema ci dice di sì.

Numero 2. Informatica, risultati del compito in classe: “Cerri, 6”. Questa volta in me scorreva la delusione, esattamente l’opposto di come mi ero sentita nel caso precedente. Avevo disegnato i diagrammi a blocchi del programma e l’avevo copiato al computer e compilato per vedere se computasse correttamente: sì. Quindi 10. Invece 6. La mia vicina di banco, Emanuela, 8. Ma come? Non sapeva nemmeno disegnare dei quadrati dritti senza righello, figurati programmare. Come era possibile? Chiedo spiegazioni. “Cerri, nella lezione di martedì scorso abbiamo visto come si sviluppa il programma di fatturazione base. Il tuo programma non funziona”. Io: “Certo che funziona! Facciamo così: lo compilo ora, se funziona mi da 10, altrimenti mi da 1”. Arrogante e sicura di me. Lei, disagiata e inadeguata a insegnare, assomigliava al calciatore Recoba e infatti così la chiamavamo, risponde: “Non fa parte di questo compito compilare, portami il libretto che ti registro il 6 prima che diventi 5, se vuoi dopo ti interrogo per alzare il voto”.

Secondo errore. Imparare tutto a memoria, anche le cose sbagliate, è più conveniente rispetto a usare il cervello e imparare un metodo. Anche abbassare la testa e obbedire è più conveniente. OK, forse questo errore vale per due.

Ho terminato il Master post-laurea in marketing a 23 anni appena compiuti e il giorno dopo già lavoravo. Ora ne ho 39. 16 anni dopo aver chiuso con QUEL sistema ho capito perché ho speso così tante energie per ottenere meno di quello che mi avrebbe resa realizzata al lavoro. In QUESTO sistema non serve essere la prima della classe, serve essere la più furba. La bravura è un “nice to have”. Mi risuona in mente la frase che mi ha detto pochi giorni fa il nostro CEO di Gruppo durante una telefonata: “Da noi hai solo fan, restiamo in contatto, non si sa mai…”. Fan?? Magari avessi avuto anche un solo fan nel top management che mi avesse ascoltata, se non seguita, negli scorsi 11 anni. Invece sono finita senza lavoro come tutti gli altri miei miei colleghi. Mi consolo pensando che adesso l’ho capito. Magari qualcuno di voi leggendo questo post ci arriverà prima di me.

Da oggi voglio desiderare tanto, tantissimo. Voglio desiderare così tanto da spaccare la luna.

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