Roberta camminava armeggiando con il suo cellulare, il più delle volte. Per il resto del tempo leggeva, persa fra le pagine. O forse, solamente, presa dalla smania di non rimpiangere il tempo una volta passato.
Quando pioveva, piegava di qualche grado la testa, per reggere l’ombrello che aveva con sé sin dal viaggio in Giappone di tre anni prima. Trasparente: ci guardavi il mondo dentro dalla fronte in su, come fanno i pesci in una bowl, ma in movimento.
Ogni tanto, Roberta, inciampava o si incassava nell’asfalto sconnesso di Milano. Accadeva abbastanza spesso da farla tornare in orario nel qui e ora. Ecco allora che la testa le si raddrizzava d’improvviso e il libro si chiudeva, con l’indice a mo’ di segna libro vivente, all’interno. Davanti agli occhi di Roberta iniziava a scorrere una sequenza tipo Matrix, di cose da fare. Parole e numeri che si componevano e organizzavano incastrandosi perfettamente. Esattamente un minuto prima dell’incontro, fosse esso di lavoro o di piacere. E-s-a-t-t-a-m-e-n-t-e, s-e-m-p-r-e.
“Sei troppo puntuale”. Se l’era sentito dire spesso ultimamente. Oppure, semplicemente, aveva iniziato a farci caso.
“…e pensare che ho incespicato due volte lungo la strada della stazione e sono scesa a Repubblica invece che a Garibaldi per distrazione…” Diceva fra sé e sé, ridacchiando.
Quel giorno però c’era il sole, i treni erano puntuali, nessun marciapiede sconnesso aveva incontrato i suoi piedi distratti. Quel giorno, Roberta, non aveva nemmeno voglia di ridacchiare. “15:50” si disse. “E se essere troppo puntuali fosse peggio che essere costantemente in ritardo? Potrebbe far sentire l’altro in difetto.” Quell’idea si insinuò in lei come un tarlo nel cervello. Un rumore insopportabile.
Senza rifletterci troppo, prese il telefono e iniziò a scrivere sulla tastiera touch: “Ciao Anna, scusami tanto. Mi è andata lunga una cosa prima. Potrei essere lì fra una quarantina di minuti, oppure possiamo ripianificare quando puoi. Dimmi tu. Grazie, r”
“Sta scrivendo”. Anna, il direttore commerciale della multinazionale per cui Roberta stava trattando un accordo, le stava rispondendo su WhatsApp. L’attesa sembrava insopportabile quanto il caldo umido di Milano in un pieno giorno d’estate. Roberta però non lo sentiva, il sole che le batteva sulla testa a pochi metri dall’ombra del palazzo in cui sarebbe dovuta entrare. Percepiva solo il tarlo che stava per arrivare al centro del Cervello. Come in un viaggio improbabile di Jules Verne. Cosa sarebbe potuto succedere? Avrebbe perso l’ingaggio?
“Roberta, ciao! Possiamo fare tra un’oretta? Anzi, facciamo alle 18:00 per un aperitivo? Non sai che favore mi faresti. Sono cortissima su un’urgenza e non sapevo come dirtelo. Sei sempre così precisa, mi dispiaceva! Offro io e ti porto il contratto firmato! :-)”
Roberta era esterrefatta. Le d-i-s-p-i-a-c-e-v-a.
Il tarlo aveva lasciato posto ad un mix di eccitazione, stupore, vertigine e senso di normalità che le scorreva nelle vene come in un giro sulle montagne russe. Sì, normalità: essere normali vuol dire anche lasciare delle sbavature. Delle imperfezioni nel percorso. Per mettere a proprio agio l’altro, non per deluderlo come aveva sempre pensato. Essere umani vuol dire essere imperfetti.
Persa in questi pensieri Roberta restò seduta al tavolino di un bar poco lontano. Sulla strada, guardando la normalità scorrere fino a che fosse quasi troppo tardi per l’aperitivo.
Ah! Il contratto Anna l’aveva portato davvero firmato. Non solo, aveva inserito anche il bonus sulle performance che avrebbero dovuto negoziare nel pomeriggio.
