Perdere chi si ama

Spesso mi sono chiesta: “Come ci si prepara a perdere chi si ama?

Ci sono persone che perdiamo perché la stagione, o la ragione, per cui sono con noi è terminata, ma che continuano le proprie esistenze; ce ne sono altre invece che sono per tutta la vita, ma quest’ultima termina prima della nostra.

Ho sempre avuto il dono (lo è?) di sentire quando un’amicizia, o un amore, sta per finire. O almeno finire nella forma per cui lo conoscevo. Lo sapevo già qualche tempo prima. Ho lasciato che scorressero gli eventi, pensavo e ripensavo se avrei potuto o dovuto fare qualcosa e spesso l’ho fatto, mi sono preparata e ho pianto prima della sepoltura conclamata, per essere pronta quando fosse stato il momento. Ma questo non l’ha reso indolore: il senso di vuoto, di fallimento, ci è voluto del tempo per guarire. A volte nemmeno del tutto. Ma un pensiero è rimasto: “A cosa serve se poi non posso farci niente? Forse avrei potuto respirare fino in fondo gli ultimi momenti di un “noi” e non dire niente?”.

E chi ci lascia perché termina la propria esistenza? In particolare, ho pensato a chi perde l’amore della propria vita. A qualsiasi età è troppo presto. A un’amica è successo, a trentacinque anni. Io a trentanove non so ancora se l’ho trovato.  

Tutti a cercare di consolarla, perché in fondo aveva avuto la fortuna di trovare la sua Persona, di passarci oltre dieci meravigliosi anni insieme, fino all’ultimo istante. Potendosi dire addio, per questa vita almeno. Io solo all’idea di dover dire addio alla persona che più amo al mondo mi sento implodere, partendo dal cuore, in un enorme buco nero. Non posso farcela. Non posso rialzarmi e continuare a vivere. Credo sia una cosa che ti spezzi e che i frammenti di te vengano sparsi per il mondo. E, affogata in questo tremendo pensiero, ho stretto chi amo di più. Graffiandogli i vestiti sin quasi a sgualcirli, stringendo forte gli occhi e i denti per smettere di pensarlo anche solo possibile. Eppure, quella donna ce l’ha fatta. Non sarà mai quella di prima. Ma sa che ha fatto tutto quello che poteva, che doveva. Che ha avuto un dono e si è esaurito. Non sa che cosa le riserverà la vita, ma forse ci sarà dell’altro buono per lei. Continuare a vivere, è quello che avrebbe voluto lui quando le ha stretto le mani per l’ultima volta. E poi, magari, rincontrarsi in un’altra esistenza.

Ho pensato spesso a questo tipo di perdita, ma ultimamente anche a quella della nonna. Cosa succede quando senti scivolarti via una persona, mentre la vedi esaurirsi giorno per giorno? Non c’è niente che non vada e niente che vada, semplicemente il tempo nella clessidra si sta esaurendo. Inesorabilmente. La sabbia è tutta in basso. Lo sai. Lo sai da prima. Lo sa anche lei, lo sanno le persone care attorno. È come deve andare, non soffre. Non è repentino. Eppure, è un dolore immenso e costante. Se sei cresciuto con una persona per tutta la vita, ti ha preparato la colazione e il pranzo quando tornavi da scuola; era l’unica che ti capisse davvero nonostante gli anni di differenza, ti ha sempre amato incondizionatamente, anche quando non era d’accordo con le tue scelte; c’è sempre stata, ha sempre lottato per te, vissuto per te. Ancora adesso, aspetta solo che vada a trovarla, anche solo cinque minuti, e dice: “oh Robi, Robi è veramente una bella giornata oggi, che sei qui. E si commuove”.

Mi ero immaginata che fosse più facile fino a qualche tempo fa. Avevo visto morire solo il bisnonno, anzianissimo anche lui, adagiato in una bara, ancora aperta, durante il giorno della veglia. Non era previsto che io andassi a guardarci dentro, avevo dieci anni, ma non ho resistito e mentre tutti erano fuori ero entrata in camera. Sembrava di cera, avevo paura, ricordo la tensione, ma niente di più immobile era mai stato in quel luogo che fino a poche ore prima era un via vai di persone. La stanza era semi buia, nonostante fosse giorno. Lui era bianco e magro, come il suo ultimo giaciglio. Per cui la morte mi era sembrata strana e buia. Silenziosa. Un po’ da evitare. Invece, quasi trent’anni dopo, quella stessa camera, mi sembra piena di luce, di lacrime, di ultimi abbracci, di ricordi, di amore.

Le persone ci abbandonano a volte perché devono, a volte perché vogliono, altre perché sbagliano. Ma fa sempre male. Più le amiamo e più rassegnarsi a lasciarle andare per come le ricordiamo è difficile. Per cui no, credo che non ci si possa preparare mai abbastanza, se non viverle quando sono con noi e dicendo loro addio, con l’affetto che meritano, fin tanto che ne abbiamo l’occasione.  

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