Fragole

Ci sono trentanove (mila) gradi sul mio terrazzo di Milano. Ma non se ne parla di entrare in casa. Se entro poi accendo l’aria condizionata e stanotte dormo male. Accarezzo i gatti, guardo le foto su Instagram e tutti, a me sembrano proprio tutti davvero, sono al mare. Mi viene la tristezza e accendo il forno a duecento (mila) gradi e ci fondo una pizza. Mi apro una birretta bella fresca e guardo Lupin su Netflix. Hanno appena rilasciato le nuove puntate. Poi magari mi viene sonno e schiaccio un pisolino convincendomi che sia normale in Messico. Perché Milano oggi l’hanno ufficialmente trasferita in Messico, se non lo sapevate. E un’istituzione vera è propria nel nostro Paese. Una delle poche cose buone di essere stati colonizzati dagli spagnoli, la Siesta. Si inizia alle 13-14 e si tira fino alle 18. Senza indugio, altro che mare. Forse i miei amici di Instagram non sanno di questo cambio di nazione. Mi sento davvero molto messicana oggi. Però, proprio mentre sto per cedere a questa tentazione, penso alle fragole. Non sarebbe poi così strano, non fosse che sono intollerante. L’ho scoperto all’età di 4 anni. Dal pediatra che l’ha detto a mia madre invece che a me, cose che spesso fanno i grandi coi bambini. Però io me lo ricordo. Comunque, io sono lì e sento la sentenza: niente fragole, niente yogurt. Ci sono i conservanti cattivi. Sarà, ma qui non ci si vuole ammalare e quindi la mamma non me li compra più. Sullo yogurt ho poco da dire. Lo Yomo non era un granché. L’embargo è terminato con la stessa naturalezza con cui è iniziato una decina di anni dopo, precisamente nel 1995. Ovvero quando la Müller ha aperto i battenti nel nostro bel Paese. Sì, eravamo ancora italiani, niente Messico allora. In quell’anno un alimento funzionale è diventato un’esperienza sensoriale. Si facevano cose irripetibili con quel barattolino. Almeno così diceva la pubblicità. Io so solo che, da allora, ho iniziato a contare i cucchiaini per non finire il barattolo grande in una volta. L’ho fatto ancora la scorsa settimana, con quello alla stracciatella. Comunque: guarita dal Mal di Yogurt, resta il Fragola Gate.

La mamma non me le ha più comprate. Ma quelle del giardino dei nonni le potevo mangiare: ciotole intere, traboccanti. Ben lavate, condite con zucchero e limone. Voglio le fragole. Le ho mangiate fino all’età di 23 anni senza sosta da che sono nata. A parte gli anni di Chernobyl chiaramente. Poi basta. Sono tornata a vivere a Milano. Da quel momento sono “quella allergica, no dai diciamo intollerante, alle fragole”. Lo sanno tutti. C’è scritto anche nella mia cartella medica al centro dove faccio i check-up ogni volta che al Vaticano c’è una fumata bianca. Adesso mi guardo le punte dei capelli, rossissimi, e non penso al parrucchiere a cui avevo detto di farmeli “come l’ultima volta”, castani, e invece me li ha fatti con la colata del “mio periodo rosso fuoco”. Penso alle fragole. Ci penso e, accarezzandomi le punte dei ricci, mi chiedo se forse non è tutto un grande Bluff, tanto per continuare a citare la fine degli anni Novanta. Sì, ma perché? Inizia a farsi largo in me il pensiero che forse avere un’allergia-intolleranza-qualcosa sia un modo per sembrare più normale agli occhi degli altri. Chi non ne ha almeno una? Col fatto che “non ho mai niente”, qui tocchiamoci tutti per scaramanzia in ricordo della nostra nascita come italiani, e che “tanto io mi arrangio sempre a sistemare le mie cose” le persone non mi vedono veramente. Magari pensano che sono tipo.. un super eroe. No, no penso sia questo. Direi che vedono la punta dell’iceberg e basta. Ecco il punto: non voglio sentirmi incompresa. La donna forte che risolve le cose è solo una piccola parte di quello che sono. Il resto va in pezzi ogni volta che viene suonato un jarana jaroncha (siamo in Messico o no?!). Cioè sempre. Io non amo stare sola come tutti pensano. Vorrei vicino una persona che sa amare anche i miei momenti di solitudine, in cui scrivo, leggo o semplicemente penso. Prenoto un mese al mare da sola e poi invito gli amici a venire a trovarmi qualche giorno. Così i giorni in cui sono sola, non sono tristi, ma un dono. Sono un animale difficile da capire, ben nascosto dietro a tonnellate di fragole. Sarà vero che mi sono inventata tutto? Eppure, l’ha detto il pediatra alla mamma.

C’è un solo modo per scoprirlo. T-shirt nera che tanto non attira il caldo, gonna corta gialla, sneakers e mascherina intonati con la maglietta. Esco e vado a cercare delle fragole per farla finita, con tutta questa storia. Non ce la posso fare, non respiro. L’asfalto mi si scioglie sotto le suole mentre rasento il muro dei palazzi, come se ogni raggio non necessario che mi toccasse potesse essermi fatale. Il supermercato vicino a casa è chiuso la domenica. Pensarci un altro dei 6 giorni disponibili no, eh? Comunque: tre chilometri di vasca e ci arrivo. Entro come fosse la Mecca. Invece è l’Islanda. Mi si ghiaccia l’umidità nei polmoni. Mi chiedo se possono farlo, se li pagano per uccidere la gente più fragile. Il banco frutta è un’isola immensa alla mia sinistra e so perfettamente dove andare, mi affretto. Le trovo. Mi serve una sola fragola per risolvere il caso una volta per tutte. Ma farà brutto comprarne una sola? Non mi interessa. Metto il guantino, prendo il sacchetto. Plastica, mari di plastica. Mi sento troppo in colpa e lo riempio tutto. Non posso creare mezzo secolo di immondizia per così poco. Pago, esco. Il caldo si impossessa del mio corpo come una carezza. Mi si sbrinano i polmoni e per un minuto circa sono felice. Poi boccheggio peggio di prima. Casa non arriva mai, mi sto sciogliendo. Arrivo quasi letteralmente con la lingua a terra, arsa, al portone di casa, al cortile interno, sul terrazzo che pare un alto forno peggio di prima ed entro. Casa. I miei gattini. La Siesta. Tutto torna al suo posto. Ma non posso: ho una missione.

Doccia veloce e mi ritrovo sul divano con una ciotola di fragole lavate, con zucchero e limone. Come da piccola, solo che lo zucchero è di canna. I dettagli. Respiro profondamente e ne prendo una bella grossa con la mano sinistra. La osservo. Tutti quei puntini mi ricordano l’allergia di quell’unica volta a quattro anni. Forse un po’ anche i durissimi anni di scherni in piscina per l’acne che mi ricopriva il corpo. Però più la guardo e più mi sembra perfetta. Ogni semino e simmetrico all’altro. Incastonato come un gioiello da proteggere. Verde/giallo in una polpa rossa e invitante. L’addento fino a metà con gli incisivi, non lo faccio mai da quando ho fatto la ricostruzione a otto anni. Altra brutta storia di bambina fuori posto con gli altri, non importa ora. La fragola. All’inizio mi sembra aspra, poi dolce. Non so dire se siano lo zucchero e il limone o sia il frutto. Ma mi piace, sembra molto me. La finisco e mi lecco le dita un po’ rosse. Mi ricordo che mi rimanevano colorate fino al giorno dopo quando le raccoglievo troppo mature, la sera, nel giardino di casa con la mamma. Ed ero sempre felice dopo. Voglio essere sempre felice come adesso, le mangio tutte. Mentre i gatti, curiosi, annusano la ciotola a turno, poi si allontanano schiacciando gli occhi e tirando indietro le orecchie come coniglietti. Solo dopo rifletto sul fatto che forse avrei dovuto cominciare a mangiarne una e aspettare. Troppo tardi. Passo qualche minuto a guardarmi la pelle. A fare le ronde in bagno per controllare la faccia. Niente. Assolutamente niente. Tutto una montatura, come quando in prima elementare ho imparato a far finta che mi piacesse giocare con le bambole per avere delle amiche. Ma non ho più sette anni, o forse è da allora che ho iniziato a costruire una versione di me che ho pensato fosse più accettabile per gli altri. Cercando di normalizzarmi. Però io non voglio essere come gli altri. Non più. Che poi, gli altri, sono sé stessi o inventano bluff come me? E così, a 39 anni riscopro le fragole e l’effetto che hanno su di me di rendermi più autentica.

A otto anni, quando la mia famiglia si è trasferita nel casale dei nonni, ho cambiato scuola. Avevo già imparato a giocare con le bambole, per cui ero abbastanza sicura che me la sarei cavata bene. Invece le altre bambine mi invitavano a giocare con loro solo perché le mamme le costringevano “per educazione”. Ma poi non dicevano niente quando mi lasciavano da sola in un angolo e le figlie mi strappavano i vestiti dalla Barbie quando i miei outfit erano meglio riusciti dei loro. Le madri erano come le figlie. O viceversa. E non mi volevano, non ci volevano. A me e alla mamma. Credevo che fosse perché, con il programma scolastico, ero un anno avanti e si notava troppo. I miei compagni di classe spostavano i loro banchi, piano piano, ora dopo ora, lontano da me. Fino a che ero sola come un’isola a guardare la terra ferma. Mi mancava Milano. Forse mi mancava Luca, il mio vicino di banco che, l’unica volta in cui hanno provato a separaci per aiutare gli altri bambini più in difficoltà, si è messo a piangere disperatamente almeno quanto me. Per due giorni. Finché non ci hanno rimessi accanto, a scriverci i cuoricini sul banco a matita. Ma quanti Luca trovi nella vita? Alle medie ero sicura che sarebbe andata meglio. Mi sentivo arrossire per ogni cosa che mi veniva detta e stavo sempre zitta. Mi vergognavo che i miei compagni maschi mi mettessero le squadre che usavamo nell’ora di geometria nei capelli, ricci e folti. Sì, nei miei capelli ci poteva stare qualsiasi cosa. Era come l’armadio di Narnia. Mi sentivo presa in giro, invece volevano solo attirare la mia attenzione e non sapevano come. E non il contrario.

Cerchiamo sempre in noi i difetti, anche quando non ci sono. Creiamo crepe che non si possono stuccare. In cui filtrano i dubbi. A ripensarci sarebbe stato facile: avrei potuto mangiare le fragole, non andare a casa delle sorellastre di Cenerentola brutte e invidiose, sorridere ai miei compagni. Sarebbe bastato che qualcuno mi avesse detto che essere diversi era una cosa bella e speciale. Avrei voluto che me lo dicesse la mamma, che tanto papà era preso a verificare l’eccellenza delle mie performance scolastiche. Ora vorrei far pace con tutti questi anni in cui mi sono forzata in un’immagine non mia spiegando a mio figlio che va bene com’è. Ora basterebbe essere madre per fare finalmente ammenda, perdonare, azzerare tutto. Non male per un pensiero di fragole, alle porte di un’estate quasi messicana, senza preavviso.

4 pensieri riguardo “Fragole

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